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‘Una critica composta ma ferma al sistema d’informazione americano’ – Il Riformista

An interview with Nicola Mirenzi of Il Riformista, one of the few Italian newspapers with a correspondent in Istanbul. Along the way Mirenzi taught me another lesson in points of view: for me, his great countryman and 19th century forerunner, Edmondo de Amicis, is a favorite travel writer (Constantinople, Holland); for Italians, he is apparently now only remembered as the author of children’s schoolbook.  Mirenzi quickly understood what I was trying to say in Dining with al-Qaeda. As the title of his 29 April 2010 article says ‘America didn’t want to know/but now something has changed…’

«L’America non voleva sapere»

Ma adesso qualcosa è cambiato

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HUGH POPE. Firma del Wall Street Journal dalla guerra, lasciò per eccesso di bavagli. Al Riformista spiega lo strabismo mediatico americano, che ha raccontato nel suo “Dining with al-Qaeda”.

DI NICOLA MIRENZI

Istanbul. Due mesi dopo l’11 settembre sedeva in un albergo di Riyadh, Arabia Saudita, di fronte a un affiliato di Al-Qaeda. Il quale, dopo un cortese invito a raccontare la sua storia per un quotidiano americano, gli disse: «Dovrei ucciderti?». Hugh Pope, allora corrispondente dal Medio Oriente per il Wall Street Journal, se la cavò attingendo al Corano. Spiegò, sudando freddo, che il libro sacro dei musulmani consente agli infedeli che hanno un permesso regolare di passare sani e salvi tra gli islamici. E alla fine il timbro apposto dalle autorità saudite sul suo passaporto britannico fu preso per un sigillo inviolabile.

L’intervista si fece. Il missionario saudita, che apparteneva agli ideologi dell’organizzazione, raccontò il suo addestramento nei campi dell’Afghanistan. Dove conobbe i «fantastici ragazzi» che avevano dirottato gli aerei sui grattacieli di Manhattan. Il Journal però non pubblicò l’intervista perché, ufficialmente, era impossibile identificare il qaedista. Che, ovviamente, si era rifiutato di dare nome e cognome.

Senza gridare al bavaglio, Pope si è allora convinto che il rifiuto abbia anche un’altra ragione, più sottile: gli americani non vogliono scalfire gli schemi con I quali guardano a questo mondo. E per riuscire a mettere al centro la realtà, quella che ha visto nei trent’anni di corrispondenza giornalistica, ha scritto un libro in cui raccoglie questa e altre storie. C’è dentro l’Iran di Khomeini e l’Iraq di Saddam Hussein. Il wahabismo dell’Arabia Saudita e la rudezza che avvicina Israele a tutti gli stati che lo circondano. È uscito di recente negli Stati Uniti e s’intitola “Dining with Al-Qaeda”: una critica composta ma ferma al sistema d’informazione americano. Disattento alle cose che accadono in questa parte di mondo. Diseguale nel considerare i torti e le ragioni. Timoroso di rompere le rassicuranti certezze con cui gli americani interpretano questo universo.

Il Riformista lo incontra a Istanbul, dove vive e lavora. Non più come giornalista, ma come analista dell’International Crisis Group. Lo vediamo – in un caffè vicino alla Torre di Galata, nel quartiere una volta genovese della città – appena di ritorno dagli Stati Uniti, dov’è andato per lanciare il suo libro.

Ha trovato gli americani pronti per uno sguardo vero sul Medio Oriente?

Abbastanza. Quando sono diventato il corrispondente mediorientale del Wall Street Journal mi è stata affidata la copertura di tredici paesi ma nemmeno un assistente.I miei predecessori avevano lasciato l’incarico per la frustrazione di non riuscire a pubblicare le storie che raccoglievano. Sa, è veramente difficile raccontare seriamente questo mondo. All’America non interessa.

Ma poi c’è stato l’attacco alle Torri Gemelle.

L’interesse allora si è moltiplicato. La gente ha cominciato a chiedersi: «Perché ci è successo questo?». E noi abbiamo potuto raccontare da dove veniva la rabbia che gli statunitensi non sapevano spiegarsi. I legami con Israele, il sostegno politico che l’occidente ha dato ai regimi autoritari, eccetera. Quest’apertura è durata quattro settimane soltanto. Presto, con la Guerra all’Afghanistan nell’aria, il dibattito è cambiato. Si è smesso di chiedersi perché e si è cominciato a pensare che se li picchiamo abbastanza duramente, i musulmani obbediranno.

Cos’è successo quando è iniziata la guerra in Iraq?

Io sono stato l’unico a seguire il conflitto per il giornale. E sa una cosa? Quando scrivevo dall’Asia Centrale mi invitavano spesso a New York per tenere discorsi, per parlare con il pubblico e raccontargli i percorsi degli oleodotti. Con l’Iraq niente di tutto ciò. Eppure ero l’unico del Journal sul campo.

Come se lo spiega?

Pubblicavano i miei articoli. Ma non volevano veramente sapere. Ora sono stato in America cinque giorni. Ho tenuto quattordici discorsi. Sono stato invitato in cinque show televisivi e sei programme radio. C’è un interesse mai visto. Obama ha mutato l’ordine del discorso – oggi è legittimo parlare di un cambio di politica nei confronti di Israele, per esempio. Inoltre l’America è a capo di due grandi nazioni musulmane. L’Afghanistan e l’Iraq. E deve stare molto attenta a ciò che fa e dice.

A proposito di Iraq. Newsweek di fine febbraio titolava: «Alla fine, vittoria». Condivide?

L’incredibile distruzione dell’Iraq non può essere in nessun modo definita una vittoria. Probabilmente la situazione è più positive oggi di quanto lo fosse nel 2005. Ma non credo si possa usare la parola vittoria. È il linguaggio sbagliato.

Quella all’Iraq è stata una guerra per l’esportazione della democrazia…

Guardi, la dottrina di George W. Bush e i suoi è stata pura propaganda. Loro pensano che tutti possono essere come l’America. Ma le cose non stanno così. Quello che provo a spiegare nel libro è proprio questo.

Come sono gli iraniani?

Negli anni della rivoluzione islamica, ho potuto constatare di persona l’amore popolare e diffusissimo degli iraniani per un poeta persiano del 300, Mohammad Shams al-Din Hafez. Edonista, per certi versi libertario, eppure islamico. Il contrario esatto del puritanesimo dei mullah. Vuol dire che loro non sono come ce li rappresentiamo: bigotti e impermeabili. E significa che se vuoi parlare con loro devi conoscere il loro linguaggio. Che è fatto di metafore e allusioni. Perché rifiutano il discorso diretto. Lo considerano inelegante, rude.

Come dovremmo interpretare il desiderio di dotarsi della bomba atomica?

Quella del nucleare è una politica popolarissima in Iran. Anche sotto lo shah l’Iran voleva la bomba atomica. È un modo per bilanciare la loro debolezza, mostrando al mondo di avere una forza. Nessuno mi ha ancora spiegato come impedirgli di averla. Le sanzioni – l’abbiamo visto nel caso di Saddam Hussein – servono solo a rafforzare il regime. E l’attacco militare creerebbe una situazione di gran lunga più drammatica di quella attuale. Possiamo solo prendere tempo. Uno, due anni. La soluzione è provare a cambiare la società. Indirizzare il loro desiderio di potenza. Coinvolgerli nel mondo. Farli aprire. Già oggi, un milione e trecentomila iraniani all’anno arrivano in Turchia e vedono con i loro occhi la possibilità di coniugare Islam, laicità, pluralismo e democrazia. Non è una cosa da poco. Fino a pochi anni fa gli iraniani disprezzavano i turchi. Ora vedono che ce l’hanno fatta. Non lo ammetteranno mai, ma considerano la possibilità di essere come loro.

Ma la Turchia ha affrontato cambiamenti terribili.

È proprio per questo che non si può pensare di trasformare le nazioni con la forza. Non lo faranno mai. Occorre puntare sui mutamenti di fondo. Solo così si scioglieranno gli altri nodi.

Per fare questo, però, c’è bisogno di tempi lunghi. La bomba atomica invece si può fare velocemente.

Io non vedo altre soluzioni. Se qualcuno ha qualche buona idea: si accomodi, buona fortuna. Io non vedo altre vere possibilità.

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